Un corso per comprenderci

Ero un po' scettico prima di andare al corso di ipnomentalismo. Un po' perché avevo paura di finire ipnotizzato in mutande di fronte al resto della classe, un po' perché a me "The Mentalist" non è mai piaciuto, un po' perché dopotutto non è per niente una cosa da me. Almeno ero sicuro che avrei visto qualcosa di insolito e particolare, qualcosa che avrei potuto raccontare al pub con gli amici o a cena con una ragazza.


Insomma, quel giorno avevo anche mal di stomaco, pioveva ed io abito dall'altra parte di Roma, quindi la voglia era molto poca, ma alla fine andai. Partii asciutto e arrivai fradicio. Appena giunsi al piano giusto dell'Hotel Milone, Roberto mi venne incontro. Ci eravamo già sentiti per telefono, per quella sua cura maniacale di scegliere i suoi alunni fra tanti solo dopo un colloquio. «Non posso far entrare tutti. Devo essere sicuro che chi viene ad imparare queste cose non sia uno stronzo» mi disse. E io a dir la verità avevo pensato se la stesse un po' tirando. Quando mi vide mi riconobbe subito, anche se non ci eravamo mai incontrati di persona.

«Marco, ciao!»

«Ciao Roberto!» Io avevo già visto sue foto su internet.

«Sei pronto?»

«Certo»

«Entra in aula, così conosci gli altri»


Appena entrai mi resi conto che gli altri iscritti non erano come li immaginavo. C'erano avvocati, addetti alle vendite, dentisti, e l'atmosfera era calorosa e costruttiva. Mi sedetti accanto ad un uomo che avrà avuto l'età di mio padre e poco dopo scoprii che aveva due figli poco più giovani di me.


Roberto entrò in aula per ultimo e quando iniziò a parlare gli altri zittirono. Ci spiegò cosa avremmo appreso e lo corredò con una piccola dimostrazione. Ci chiese di chiudere gli occhi e immaginare un limone. Con pochi input visivi, uditivi, tattili e olfattivi ci aveva catturato. È una cosa che lui definisce «guidare il "sitter" – letteralmente "il cliente" – in un processo di cambio di percezione». Ci fece riaprire gli occhi e aggiunse:

«Alcuni di voi si sono mossi ed hanno fatto tutti i gesti che vi ho chiesto di fare. Questo è accaduto perché sono molto sensibili alle suggestioni».

È un colpo al cuore, perché so che io mi sono mosso. Possibile che sia portato per qualcosa che non avrei mai pensato di voler fare? Che abbia facilità a lasciarmi andare verso una realtà interiore? Ad entrare in ipnosi?


Sono ancora scettico, ma andiamo avanti. Roberto spiega cos'è l'ipnosi, il cold reading, lo stock reading, le teorie di Bertrand Forer, le tecniche basilari della lettura del linguaggio del corpo e della CNV, e mi accorgo che nulla è come pensavo. È tutto sempre più chiaro e meno offuscato.


Poi iniziamo l'ipnosi vera e propria. Roberto ci aveva promesso che al termine dei due giorni di corso saremmo stati capaci di ipnotizzare una persona. Impossibile, mi dissi. Ci dividiamo in coppie e io mi esercito con l'uomo che avevo accanto. È uno introverso, ma anche gentile e alla mano. Io però non voglio lasciarmi andare. La mia è paura di qualcosa che ancora non conosco bene. Quando inizia ad esercitarsi su di me mi accorgo che in fondo è tutto su quanto io gli permetto di guidarmi.


Poco dopo Roberto ci chiede di inserire un'induzione al nostro processo ipnotico. L'induzione consiste nell'indurre il "sitter" a compiere un'azione solo attraverso suggestioni e comunicazione ipnotica. Iniziamo con una cosa semplice, ma che a me sembra difficilissima: la lievitazione del braccio. La mia diffidenza rende al mio partner il compito molto arduo. Così mi cambiano partner. Si avvicina un signore anziano, sull'ottantina. È un medico, un chirurgo ormai in pensione. Lo avevo già notato appena era entrato in aula. Arriva da Milano con un'infermiera con cui ha lavorato per molti anni. Mi dicono che non è nuovo alla materia, anzi, è un esperto, e si esercita da molto tempo nell'ipnosi. I suoi occhietti vispi mi guardano e sorridono. La sua voce graffiata mi parla.

«Di che colore è il tuo respiro?»

Inizialmente ho pensato fosse un modo carino per dirmi che avevo l'alitosi. Ma poi mi sorride e mi fa:

«Non sapevi che il respiro di ognuno di noi ha un colore?»

«Non saprei...»

«Dai, pensaci bene»

«Verde» rispondo io.

«Verde, perfetto» fa lui.

Mi chiede di chiudere gli occhi e inizia a darmi suggestioni di ogni tipo finché non sento una nuvola, come espirata dal mio respiro verde, sollevarmi il braccio. Il braccio si alza sempre di più, fino a superare l'altezza della spalla e a quel punto capisco molte cose. Capisco perché Roberto teneva tanto a scegliere i suoi alunni. Il cervello umano è fortemente influenzabile, e non perché è fragile, ma perché ci sono cose al suo interno, un certo tipo di connessioni, che ancora non conosciamo. E ci spaventano. Ci cambiano.


Al mio risveglio gli occhi vispi del vecchio mi guardano e lui sorride.

«Buongiorno!» fa lui.

Io mi stropiccio gli occhi e mi viene quella risatina incredula di chi sa di aver vissuto l'impossibile. Avevo già visto video di queste cose, ma ora era tutto vero, era successo a me.


Abbiamo un'oretta di pausa per il pranzo ed io mangio tantissimo, anche per quello stato di stupore che volevo togliermi di dosso. Ingerisco qualsiasi cosa possa toccare, come a volermi ricollegare ad una realtà concreta che già conosco. A dir la verità un po' mi resta sullo stomaco, ma al rientro in aula sono pronto a continuare.


Cambio di nuovo partner. Un uomo sulla cinquantina dal tono molto grave. Roberto ci chiede di fare un passo oltre e tentare di indurre il nostro partner ad addormentarsi. Impossibile. Impossibile. Impossibile! Mi ripeto. Ho appena sentito il mio braccio alzarsi da solo, ma addormentare una persona è un'altra storia. Roberto ci spiega la procedura.


Provo prima io: non so se la prima volta riesco. Poi riprovo e improvviso una sorta di regresso mentale allo stato infantile. Gli chiedo di immaginarsi bambino e tramuto i rumori degli altri alunni nel vociare di una folla. I bambini non cercano il silenzio per addormentarsi. Insomma, faccio centro. Sembra funzionare! Ci sto prendendo gusto, ma ora tocca a lui. Inizia, ma poco dopo mi sento molto spossato. È il pranzo che mi torna su. Cerco di resistere ma ad un certo punto lo fermo.

«Scusami, non mi sento tanto bene» gli dico.


Attendo che tutti finiscano, poi Roberto chiede ad ognuno di noi le nostre sensazioni. Quando arriva il mio turno gli spiego cos'è successo, che avevo mangiato tanto e che mi stavo sentendo male. Lui mi guarda e mi accompagna verso l'infermiera di Milano. «Lei è miracolosa – mi dice –. Vedrai, ti rimetterà in sesto».

Avevo sentito Carolina, l'infermiera, parlare con Roberto poco prima.

«Dovrei essere io a venire a lezione da te» diceva Roberto.

«Io queste cose già le so, è vero, ma è il modo. È il modo in cui le affronti tu che è diverso. Sono come due sfumature della stessa cosa» rispondeva lei.

Questo voleva dire che l'ipnotismo è una disciplina collettiva, e non è una cosa banale. Vuol dire che, al suo interno, correnti varie si confrontano e si aggiornano vicendevolmente con spirito costruttivo.


Carolina mi spiega che tiene dei corsi di formazione in cui istruisce medici e infermieri sulle tecniche ipnotiche, perché sono un'arma in più essenziale per svolgere bene il loro lavoro. Mi chiede di seguirla e lo faccio. Arriviamo in una zona ampia, aperta ad una grande vetrata che dà sulla pioggia esterna. Siamo lontani dagli altri. Mi chiede di sdraiarmi su un divanetto e di rilassarmi. Poi inizia. Chiudo gli occhi. Respiro profondamente. Carolina mi chiede di immaginare l'orizzonte. Un orizzonte dai colori che preferisco. È blu, azzurro, lilla, arancione, viola, tutto insieme. E la brezza mi accarezza il viso, e il corpo, e le mani. Mi entra nelle narici, nei polmoni, fino ad accarezzarmi il ventre. Il mio respiro mi accarezza gli organi e li massaggia. Quest'aria tiepida entra dentro di me ed esce fuori di me, continuamente, ogni volta che respiro.


Quando Carolina mi chiese di riaprire gli occhi stavo bene e vidi il cielo oltre la vetrata.

«È un bel giorno per piovere» dissi.

«Ma ha appena smesso» disse lei.

Poi si girò e mi vide in volto. Piangevo.


In quel momento capii cos'era quella cosa che mi era sempre mancata e perché era così importante che la stessi finalmente scoprendo. Una connessione tra le persone che devi percepire per capirla a pieno. Qualcosa che forse un tempo avevamo ma che ora abbiamo perso e dobbiamo riscoprire. Il senso di questo corso di Ipnomentalismo è la comprensione dell'altro e di noi stessi, delle dinamiche tra le persone. Tra loro e tra le loro membra, nei loro corpi. Ed ho capito anche che era stupido avere paura, perché non si può aver paura di una cosa così bella. Ringrazio Roberto per questo.


Marco R.

scrittore e laurendo in

Cinema e nuovi media

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