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La cambiale del destino

La cambiale è arrivata all'incasso, con i peggiori interessi che si potessero auspicare. Sino a ieri si è giocato, scherzato col fuoco (e forse qualcuno ci prova anche in queste ore cupe, non so se spinto da sete di adrenalina, incoscienza o imbecillità). Ora è terminata la fase che sembrava più un intrattenimento, una di quelle situazioni buone per le discussioni finto dotte da bar, davanti a spritz e mojitos. Quelle che riguardano solo gli “altri”, quelle entità senza volto che sono, nel nostro immaginario, profondamente diverse da noi, e di solito sfigate quasi quanto Wile E. Coyote.


Improvvisamente poi, sabato, il treno che di solito investe lo sciagurato protagonista dei Looney Tunes, è diventato l’oggetto del desiderio di torme di Porta Garibaldi, solo che nella notte milanese le parti erano invertite. Bipedi inseguivano un treno, un treno che della speranza che però andava al sud. All'incontrario, quindi aveva ragione Celentano, mi sanguina il cuore a doverlo ammettere.


Cosa era successo per scatenare quella fuga disperata? Molto semplice, qualcuno ci ha bussato sulla spalla per ricordarci che la ricreazione era finita, e tutto d’un tratto ci siamo ritrovati a cambiare drasticamente ruolo in questa tragedia senza primi attori e senza musica di sottofondo.

Noi improvvisamente siamo diventati gli “altri”, ma non solo, siamo diventati anche entità facenti parte di un branco che agisce d’impulso. Il più delle volte sbagliando, e per assurdo ne abbiamo perfetta consapevolezza, ma la logica perversa che si impossessa del nostro pensiero ci porta ineluttabilmente ad accodarci alla massa, anche se si avvia verso il baratro.


In pratica quando passiamo dalla modalità “noi” a quella “altri” sappiamo benissimo che le scelte non sono le migliori, ma subentra la paura di restare isolati lontano dal gruppo, e allo stesso tempo (e questo è un meccanismo bieco e cinico) vengono meno le regole più elementari dello stato sociale e del vivere civile. Non parlo di istinto di sopravvivenza, sia ben chiaro, bensì di una presa di controllo totale da parte dell’egoismo più miserabile. Detto in poche parole sfruttiamo la scia del gruppo per garantirci un vantaggio, infischiandocene altamente a) dei nostri simili b) delle conseguenze che il nostro gesto, insieme a quello della massa incontrollabile, può portare all’intera collettività


Ed è esattamente ciò che si è verificato ed ha portato alle estreme conseguenze della giornata di ieri. La fuga di mezzanotte non è servita proprio a nulla, come in un macabro Monòpoli si sono ritrovati in prigione senza passare dal via. E senza nemmeno prendere le famose 20.000 lire. In compenso hanno fatto chiudere in prigione anche tutti gli altri, che ne avrebbero fatto più che volentieri a meno. Un bel risultato, c’è ben poco da aggiungere. La dimostrazione lampante di cosa possa portare una carenza di pensiero lucido.

Niente di fantascientifico, i saggi antichi Romani usavano la locuzione “cum grano salis” che ben si adattava a qualunque situazione. Quel sale in zucca che deve essere andato smarrito, sicuramente. Ma si potrebbe obiettare che bisogna sempre circostanziare le nostre azioni, e questo si può anche condividere, ma in parte. Troppo facile e troppo comodo addurre “le circostanze” a parziale, se non totale, scusante delle nostre azioni scriteriate.


Anche perché, e qui scendo ancora di più sul personale, mi trovo a pagare un prezzo senza aver commesso nulla, per fortuna non sono stato contagiato, ma sono ugualmente confinato tra quattro mura a scopo precauzionale, e beffardamente quando potrò riprendere possesso della libertà dovrò accettare il fatto che la libertà in questo momento è sospesa. Giustamente.


Vedendo il lato positivo vi dirò che posso approfittare di questi giorni di ozio, osservando il mondo da una finestra virtuale che molte volte non offre un grande spettacolo. Allora meglio guardare fuori dalla finestra vera, quella che mi regala uno scorcio di cielo nel surreale silenzio di piazza Vescovio, orfana di aperitivi e pizze alla pala. Quel cielo che tanto piaceva a Dean Martin, quando canticchiava “com’è bello passeggiar, sotto er cielo di Roma”. Quel cielo che ha visto passare tutta la storia dell’umanità e stasera sogghigna davanti alle nostre miserie. Mi resta una domanda, a cui mi risulta difficile dare una risposta certa: se, quando tutto questo incubo sarà finito, saremo ancora le stesse persone di prima. Qualcosa ha cambiato le nostre vite per sempre, non so se in meglio o in peggio, la risposta la darà il tempo. Tutto il resto è noia.


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Roberto Deidda Damus

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